Due partite di Enzo Monteleone è un film cui non avrei dato due lire e sul quale mi sono piacevolmente ricreduta per tutte le quasi due ore della sua durata.
La prima partita è migliore della seconda; Claudia Pandolfi è bellissima, e poi che vestiti le han messo addosso: vorrei un armadio pieno di quei pantaloni e golf. Se fossi un uomo la preferirei persino a Scarlett.
Margherita Buy è la più brava, ma lo sapevamo già tutti. Comunque andatelo a vedere, non fatevi fuorviare da inutili pregiudizi cinefili maschilisti, come stavo facendo io, chè se non lo vedevo gratis, col cavolo che.
Questione di cuore di Francesca Archibugi è un film che ho visto a Pasqua mentre nella mia testa ancora era in onda la discussione di politica di circa un'ora avuta poco prima con parenti ex comunisti ora partiti democratici. Ho dunque fatto in tempo a cogliere che Kim Rossi Stuart è il Di Caprio italiano, che quando il nostro cinema si celebra sa tanto di provinciale da far accapponar la pelle, e poco altro. La Ramazzotti è molto meno bella della Pandolfi, per dirne una.
E' talmente prematuro scrivere del Che di Soderbergh da rendere la cosa quasi inutile.
Un po' ci si può avventurare, però, quel po' che serve a dire che la novità di queste due ore è apparentemente Soderbergh stesso: Steven cambia stile e registro of narration, si rende, diciamo pure, irriconoscibile, tanto da destare il sospetto che si stia nascondendo ad arte (troppo? forse...), e ribalta soprattutto il lavoro sul montaggio cui ci ha abituati -che da queste parti, tra l'altro, è sempre stato assai gradito- mettendosi al servizio di non so ancora bene cosa. Serve la 2° parte, dai. C'è il Che, ma non so ancora chi è. Lo vedremo il 30 aprile. Il 30 aprile rivedo Benicio, e per quella data voglio farmi bella, perché il Che ti osserva sempre. Che fico. Mica come quella sega di Joaquin.
Gran Torino non mi è piaciuto e temo dovrò rivederlo prima di scriverne.
Die Welle asserisce non tanto, come vorrebbe, che il terzo Reich è di nuovo possibile, bensì che gli adolescenti hanno una spiccata tendenza al bullismo e sono in tal senso facilmente manipolabili. Di entrambe le cose, vivendo in Italia, i meno distratti si erano già accorti da un po'.
Chi s'accontenta gode, romantici all'ascolto. Claro? Chi si accontenta gode. A tal proposito aggiungerei: e se la Gwyneth fosse una specie di illusione, una specie di visione irreale, metafora della crescita che attende questo orsacchiottone indeciso sul farsi grande e sul dire addio for long alle stelle che brillano sopra la soffitta? Non è che perdere una così, una che sulla cuffia ha ricamato in rosa la scritta "sono un pacco" sia esattamente una tragedia, o no? Spero siamo tutti d'accordo. Joaquin fa lo sfigato, ma gli va di lusso: io uno così non me lo farei se fossi la figlia di un lavandaio di Little Odessa. Ecco, forse me lo farei se fossi la figlia di uno che urla per le scale. In tal caso me lo farei probabilmente sulle scale, che è più o meno quanto gli concede lei. E non me lo farei se fossi chi sono, chè qua ci piacciono gli uomini forti e cresciuti, non i poveroni fragili e dolenti.
Comunque, tornando a noi, Two lovers di James Gray è un bel film che probabilmente, come dice lui con esagerata acredine, non riesce ad esplicitare un suo necessario perchè, ma ha il pregio di avvolgerti come una coperta di lana merinos, di ricordarti proprio bene di quella volta che hai perso la testa dietro ad un maschio alfa che ti faceva vedere i sorci verdi, e di darti una pungolata bestiale e paterna nel ricordarti la differenza fra fotografia e lavanderia.
Poi la Rossellini è brava a fare la mamma preoccupata; alle mamme non la racconti mica, le mamme ne sanno una più del diavolo. Poi ci è piaciuto lo stile pacato, ci sono piaciute le due ore che ci ha fatto passare a New York, e sì, ci è piaciuta anche la "banalità" ricercata della fabula, perché il punto non è lì.
Il punto è la lana merinos.