Un conto alla rovescia, scandito con commovente precisione da litigi, rapporti, tradimenti, treni, martini, passeggiate e corse nel bosco. Una crisi spinta al ralenti verso la sua stessa origine, la disperazione, che trova il suo non dichiarato (e ritardato) avvio in quelle note di piano -semplicemente magnifiche- che si insinuano come morbi nelle vite di Frank ed April, li seguono sulla spiaggia, si infilano fra le lenzuola del loro letto mai matrimoniale. Revolutionary Road di Sam Mendes è l'analitica presa di coscienza di un fallimento, del fallimento più vero, che non risparmia, e quanto fa male, qualsiasi tentativo di recupero e di riparo. Le sue inquadrature dalle asimmetrie perfette chiudono loro, e noi con loro (che miracolo), nella stessa trappola di cui April si sente vittima. Una nudità umana che quasi imbarazza e lascia attoniti per il coraggio delle parole, per la bellezza -siate comprensivi- dei suoi protagonisti, per l'urgenza al di sopra di ogni sospetto di vomitare sogni, illusioni, speranze e compromessi, e di farci chiedere cosa abbiamo in comune con quei due. La risposta è: moltissimo.
Va da sè che oggi uno come Frank sarebbe probabilmente in cassa integrazione o sulla soglia della disoccupazione: allora altro che corrimano e separè azzurri. Altro che Tour Eiffel.
Mah, insomma, pensavo meglio. E dire che comincia anche bene, Il curioso caso di Benjamin Button. Poi però per due ore e quaranta non riesce a darmi altro che questa mami affettuosa e devota, questo qui che ringiovanisce (cioè: neanche un dottore lì intorno a incuriosirsi e studiare la cosa? Su, facciamo uno sforzo, please), delle gite in barca in cui tutti sono buoni, una storia d'amore con la donna più antipatica del globo che boh, se ce l'han messa e l'han fatta iniziare così, forse han pensato che andasse bene, e massicce dosi di veltronismo insulso che, elaborate con effetto flou da Fincher, mi dan più noia che piante lagnosamente da Veltroni. Il che è tutto dire.
Ma, dico io, non doveva essere la versione filmata del proverbio "se gioventù sapesse, se vecchiaia potesse", incorniciata fra i due estremi nascita-morte? Ecco, perché così sì che avrebbe avuto un senso il dilungarsi, il farmi vedere ogni fase del rewind fisico, così sì che avrei palpitato per l'abbandono della figlia e della donna più antipatica del globo, così avrei sorriso alla traversata della manica della 60enne arzilla che è la prima che lo ama, così mi sarei goduta il padre che fa capolino di tanto in tanto, e persino i 7 fulmini del vecchietto. Avete capito, no? Non devo proseguire.
Poi c'è questa cosa strana che a poche ore dal film non ricordo già più due cose importanti: la storia dell'orologio che va indietro (siamo ancora nella parte iniziale che funziona) come si lega all'avvio della storia di Benjamin? E poi: Katrina arriva o no all'ospedale? Diciamo che della seconda, per quanto mi ha appassionata il film, non mi importa veramente già più niente. Boh, non ho mica capito perché l'ha fatto così 'sto film, quel sadico di Fincher. Comunque se qualcuno mi aiuta a ricordare lo ringrazio.
Ci è piaciuto Milk di Gus Van Sant? Sì.
Quanto? 4 pallette.
Ed ora, a noi.
Van Sant rifà se stesso, torna su Elephant, My own Private Idaho, Drugstore Cowboy (meno di quanto dovrebbe), cita Scorsese in più occasioni, fa grande cinema. Sotterraneo, coinvolgente, mainstream, indipendente, smisurato, ispirato e così disinvolto nel maneggiare il mezzo (siamo alla perfezione formale, specie nella prima parte) da sfiorare la maniera, Milk non riesce però a farsi davvero capolavoro, compresso in un limite troppo evidente, figlio non naturale del suo essere biopic. Troppo Harvey Milk e nessun altro, troppo manifesto gay e troppo poco manifesto anti-discriminazione, troppo storia e troppo poco feeling. Così come il Bob di Drugstore Cowboy non era solo un candidato alla categoria "tossico", ma nella sua redenzione veniva eletto anche -soprattutto- a giovane problematico che si decide a diventare adulto, in modo contrario l'elezione di Milk unicamente a "primo gay in politica" riduce la portata del film e ridimensiona le proporzioni davvero potenzialmente eversive della voce e della lotta di questo autentico outsider.
Nel cambiare registro, stile ed impostazione, Van Sant non raggiunge del tutto l'obiettivo, e non potendosi permettere con una vita vera quella libertà e quel mistero che avevano fatto l'eccezionalità e la perfezione di Gerry, Elephant o Paranoid Park, si costringe a toni certamente più accessibili rispetto ai precedenti film -non è questo il problema-, ma che dovevano mantenersi, come in questi, più universali. Pertanto più incazzati.
Comunque il film è molto bello e James Franco è..., oddio cos'è James Franco.