Cominciamo dalla fine. L’ultimo quarto d’ora di The millionaire di Danny Boyle è sbagliato. Nello stesso film, semplicemente, non ci possono stare bambini prostituti o piccoli mendicanti cui hanno tolto gli occhi e quel balletto conclusivo alla stazione che emana curry ed allegria; non esiste, non ci stanno, e non so come abbiamo fatto a metterceli insieme. Abominio.
Peccato, perché invece l’incastro fra il passato tragico del piccoletto e le domande del milionario (che dire poi di quel Gerry Scotti indiano con la zazzera e l’orecchino, cattivissimo e infido? Ah, la vita!) funziona a meraviglia, così come tutta la prima parte e mezzo del film, con quel suo stile intercontinentale, frenetico, sciroppato, sincopato, colorato, serissimo e mescolato. Così come funziona la faccia allucinata e catatonica di Jamal che sembra fregarsene della montagna di soldi che sta accumulando, perché tutto spinge verso la conclusione, verso la scoperta del perché e del per come, e anche a te frega poi il giusto di tutti quei soldi, soprattutto quando -ahi ahi ahi ahi ahi- ti accorgi che la vittoria al milionario e il ricongiungimento con Latika si prendono a braccetto per dirigersi senza senso verso le magnifiche sorti e progressive. Solo che prima mi pareva mi fosse stato chiaramente messo in testa che di magnifico, sorto e progressivo non ci fosse proprio una sega, ecco. E non è che avevo capito male io. E’ lì che il film comincia a sbagliare, è lì che diventa Sognando Beckham, è lì che India-Inghilterra finisce 0-0.
Sì, è la mia risposta definitiva, la accendo e vinco un piatto di cappelletti in brodo. Buon pranzo a tutti.
