Non è che ci sia molto da dire: Miracolo a Sant’Anna fa pena. E non è che ci sia molto da aggiungere: perché Miracolo a Sant’Anna fa davvero pena. Dover liquidare un film di Spike Lee con questo scarno spaccio d’agenzia mette tristezza, gente, ma quando uno dopo 160 minuti di cinema vuoti (perché son vuoti, porca troia) e confusi (perché son confusi, porca troia) e ingenui (perché sono ingenui, porca troia) e sconclusionati, patetici e retorici, se ne esce -dopo 160 minuti così- con quel finale folle e inqualificabile, ti metti a telefonare a tutti quelli che conosci per raccontare loro di come il vostro amico americano di colore è impazzito, di come quel ragazzo con il capellino che si veste in modo strano e cammina tutto storto ha sbagliato film alla grandissima, in parole povere di come il regista di quei film là è anche il regista di questo film qui, porca troia.
Oppure, anziché telefonare a tutti quelli che conosci, te ne vai a letto, non senza aver ripensato, rabbrividendo e gesticolando al buio, a quel finale tremendo (perché alla fine sono sul serio alle Bahamas, vero? Non è che io non ho capito e quella è una metafora e loro sono come in paradiso e per quello parlano così e sono tutti vestiti di bianco tipo i film sugli angeli, vero? No perché ho il dubbio), a quella parentesi con John Leguizamo che non ha senso, al ralenti di Lo Cascio che poteva essere concepito e messo dentro un film solo da Anthony Minghella morto o da Muccino jr. o, al limite, da me (ci vedi forse il tuo nome fra questi, Spike? Ce lo vedi? Nooo? E lo sai perché? Perché il tuo nome non c’è, porca troia!), allo schematismo infantile di tutta l’operazione, ai personaggi maldisegnati, alle battute imbarazzanti, ai toni sbagliati, alle scene di guerra piatte (scene di guerra piatte! scene di guerra piatte in un film di Spike Lee!), al dirottamento terrorista del volo New York-Sant’Anna-New York.
Quindi, alla fine, delle polemiche sui partigiani che cosa vuoi dire? Niente, dio santo.
Ma porca troia.

Vi racconto una favola per darvi la buonanotte, per mettervi a letto e rimboccarvi le coperte prima di spegnere tutte le luci, mettere le tovagliette per la colazione di domani mattina e serrare la porta con 4 mandate. Così, forse, prendendomi cura di voi, mi sentirò davvero adulta e la mia proverbiale ansia si placherà.
La favola è questa: dovevo vedere Pranzo di ferragosto per scoprire che un reparto geriatrico ha il potere di mettermi di fronte a cose che preferisco ignorare al solo scopo di crogiolarmi nel mio incancrenito spleen? Dovevo vedere queste vecchiette per abbassare le difese e ammettere che tutti, sempre, ci affidiamo di continuo agli altri, e che ogni velleità di autonomia emotiva -intesa come progetto personale di vita, intendo- è tanto ridicola quanto insensata? Dovevo vedere questo memorabile carattere maschile per accorgermi che la generosità ha ancora motivo de starci e che dedicarsi agli altri è il solo modo per staccarsi da se stessi? In senso buddista, intendo. *
Evidentemente dovevo.
Comunque il film non fa ridere.

* c’è questo simpatico ragionamento che il Dalai Lama ripete spesso e che mi pare calzante. Ascoltate: sulla base di alcuni studi da lui compiuti con alcuni scienziati e dottori americani (compreso qualcuno preso dal cast di Grey’s Anatomy, mi auguro), è stata rilevata una relazione fra l’inclinazione all’egoismo e i disturbi cardiaci. Cioè: più le persone tendono ad essere egoiste, ripiegate su se stesse, concentrate in modo ossessivo sulle proprie cose, maggiore è la probabilità per tali soggetti di sviluppare malattie cardiache. Ti pare di vederli, no, questi qua: arcigni, cupi, e con un bell’infarto dietro l’angolo lì a fregarsi le mani (io per esempio lo immagino in una strada della Londra vittoriana, che salta fuori mentre in lontananza senti il rumore delle fabbriche, vedi il fumo uscire dai tombini, insomma, quell’immaginario cinematografico lì. Mero gusto personale).
Il ragionamento simpatico del Dalai Lama dice così: “posto che l’egoismo porta alle malattie cardiache, se davvero dovete essere egoisti, siatelo in modo intelligente: non siatelo”.
Buonanotte.