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sabato, 21 giugno 2008

Le cose che perdemmo in Danimarca

Le cose che perdemmo nell’incendio è una scena madre, ed è una scena madre che battezza il terribile film di Susanne Bier Noi due sconosciuti (Things we lost in the fire). Praticamente, in questa scena madre, vedete Halle Berry che, consapevole di essere dentro alla scena madre che dà il titolo al film, elenca le cose che sono andate perdute in un incendio in casa sua, condivise con il marito poi deceduto, e comincia prevedibilmente a piangere e a cercare conforto per il lutto nella persona meno probabile in cui cercare conforto -ovviamente, è la magia del cinema, no?- cioè nell’abbraccio di Benicio Del Toro.

 

[Inciso: sulle spalle e sulle braccia di Del Toro, persino di questo impresentabile Benicio Del Toro, io penso sarei capace di fare un post a parte]

 

Il problema è non tanto che lei pianga, in questa scena madre, ma il modo in cui lo fa, il modo inquietante in cui è intuibile immaginare che la Bier le abbia chiesto di piangere. Ecco deve averle detto: “ora Halle, per mostrare la disperazione di questa donna, piangi in modo disperato”. E la Berry ha pianto in modo disperato. Capito? Vorrei che fosse chiaro il meccanismo.

Bene. Perché tale alto dispositivo d’alto cinema è la alta cifra di tutta (tutta) la bassissima regia della Bier in questo terribile film, che davvero, non sto scherzando, sembra essere stato diretto da una che faceva finta, una che faceva dentro alla sua testa il grossolano ripasso dei principali punti tematici da esplicitare, dimenticandosi poi di presentarsi di fronte al professore per l’interrogazione, secondo uno schema di questo tipo:

1)    devo far capire al pubblico che Halle era felice con il marito? Allora, idea!, li mostro mentre si fanno le coccole in modo strano

2)    devo far capire al pubblico l’ostilità iniziale della Berry verso il tossico Del Toro? Allora, idea!, chiedo alla Berry di guardarlo male e le metto in bocca una frase cattiva cattiva, tipo: “ma perché non sei morto tu al posto di mio marito?”, così, anche se non ha alcun senso che lo dica, però è drammatica, è forte e rende bene l’idea

3)    devo far capire al pubblico che il marito era un padre modello? Allora, idea!, lo mostro mentre va prendere il gelato (il gelato, mamma mia) ancora prima che i figli gli chiedano di farlo e mentre spiega loro la fosforescenza (la fosforescenza, mamma mia)

4)    devo far capire che Del Toro diventa una specie di surrogato del padre di questi bambini? Allora, idea!, gli do qualche scena in cui lo si vede capirli e prevederli meglio di quanto faccia la madre stessa (signore)

 

infine, ed è solo per pietà che mi fermo, mi fermo in una scena che mi ha fatto veramente ribrezzo

5) devo far capire al pubblico il senso di colpa di Halle Berry? Allora, ideona!, la faccio vedere mentre va a zonzo in quella strada così terribilmente ricostruita in studio posticcia da far spavento in cui ci sono i tossici con le felpe col cappuccio e la faccia nera e lei che finalmente ritrova Del Toro dilaniato di eroina in una stanza con i muri sgarrupati, lo raccoglie con spasimo e ardore ed energia, tutte cose che vedi comparire all’improvviso sulla sua faccia e che senti nella sua voce incazzatissima e accorata (?) e ti vien solo da ridere perché nessuno si era preoccupato di prepararli minimamente, questi sentimenti, basta basta basta. Basta.

 

Io amo il cinema danese, amo la Danimarca, amo anche Susanne Bier, persino dopo questo impresentabile film americano che ha girato, amo il Dogma, amo Le onde del destino e Dogville e tutto quanto, ma vi giuro, per non parlare male oltre di questo terribile film, penso non mi resti altro che ripensare al luogo da cui proviene Susanne Bier e a quella bella cosa che ha lasciato in Danimarca: la capacità di elevare con finezza e profondità le relazioni fra i personaggi, in modo esattamente contrario a questa strana, terribile e artificiosa cosa realizzata qui, questo compendio involuto degno di un compitino delle elementari fatto però da un genitore, invece che dal bambino.

Pertanto, per dimenticare, inserisco in chiusura un minuscolo elenco di piccoli film danesi must cui vi chiedo di aggiungere, se volete, titoli su titoli su titoli.

Perché se continuo a parlare di questo film, io ne parlo male.

 

Minuscolo  compendio di piccoli film danesi must (escludendo quindi Lars Von Trier, non per il must, ma per il piccoli):

L’eredità di Per Fly (bello, bello, bello)

I due film danesi di Susanne Bier (Non desiderare la donna d’altri -bello- e Dopo il matrimonio -bellino-)

Festen di Vintenberg (questo l’avete visto tutti, dai. Bello bello bello bello)

Le mele di Adamo (perché i danesi sono un po’ nazisti, non dimentichiamolo)

 

No, un momento, non resisto:

6)      l’idea di scavo nell’interiorità dei personaggi di Susanne Bier è tutta risolta in introspettivissime e ripetute inquadrature degli occhi dei protagonisti, ma fatte così: un occhio della Berry a sinistra dello schermo, in primo piano, e tutto il resto sfuocato; un occhio di Del Toro, a destra dello schermo, e tutto il resto sfuocato. Voi non potete immaginare quante volte questa cosa succeda nell’arco del film. Almeno 20 volte. Non scherzo.

7)      Santaolalla fraseggia corde di chitarra

postato da: MissPascal alle ore 09:26 | link | commenti (12)
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domenica, 15 giugno 2008

Sundance Sunday

Lars e una ragazza tutta sua è un film che stronca sul nascere ogni qualsivoglia tentazione di cinismo, ne sia prova inconfutabile il fatto che di fronte alla voglia di scrivere “Lars ecc. ecc.” finirò per scrivere sempre il titolo del film per intero, in questo post. Vediamo.

 

Lars e una ragazza tutta sua (1) si mette da subito, senza inutili pudori, in tutto e per tutto al servizio del suo protagonista, per diventare in tutto e per tutto come lui. Niente di sbagliato, anzi, il risultato è gradevolissimo e se proprio proprio vogliamo fare i pignoli forse è poco credibile, ecco, che, insieme con il film, anche la piccola comunità in cui il tenero Lars vive si metta al suo servizio assecondandolo con la storia della bambola, ma tant’è, lo accettiamo un po’ piccati e arriviamo volentieri alla fine. Perché Lars e una ragazza tutta sua (2) fila via che è un piacere, con quelle macchine che non fanno rumore sulla strada, quelle signore gentili, quei signori tutti per benino e affidabili ed amici, quella neve e quelle giacche imbottite che basta vederle per sentirsi a casa e aver voglia di una tazza di Ciobar.

E si riesce persino a non far venire a noia quel giochetto pericolosissimo, in termini cinematografici, che poteva essere la presenza della bambola e i vari stadi, prevedibilissimi ma mai telefonati, che la sua presenza percorre nel film, tumulazione compresa.

Ma la cosa veramente veramente bella, a vedersi, in Lars e una ragazza tutta sua (3), è il diventare ragazzo di Lars, quel passaggio da carciofino a mascolino, specie nella scena in cui è a letto con la bambola con quella mano fra i capelli e quel modo che ha di alzarsi all’entrata del fratello in camera, ecco, o quella in cui si vede che è geloso, o quella in cui, a cavalcioni sulla bambola, la scuote perché ha deciso che lei sta male e morirà o anche quando è con la dottoressa e ha una crisi bella grossa e si toglie il maglione. Ecco, quelli sono i momenti in cui davvero lo si vede trasformarsi e diventare qualcosa di maschile e adulto e ti piace un sacco e ti accorgi che stai dalla sua parte in modo diverso da prima. Insomma, se in un primo momento gli volevi solo accarezzare la testa, lì te lo faresti volentieri. Era questo che voleva dire il regista, no? Era questo a cui puntava! L’ho capito, eh. Sgamato. Craig Gillespie ti ho sgamato.

Poi, insomma, com’è che si fa non fare il tifo per uno che dice così a chiare lettere e con quegli occhi lì che tutto quel che vuole è una ragazza? Appunto: gli occhi di Ryan Gosling. Non ve lo devo nemmeno dire che il film si adagia tutto comodo sulle sue belle spalle larghe, vero?

E’ mancino pure lui. Questo film è pieno di mancini, fateci caso.

 

Emily Mortimer ha il nome (emily mortimer, appunto) più bello del mondo. No, sul serio: ma quanto suona bene?

Che volete che vi dica: è domenica, siamo a giugno e sembra febbraio, io mi adeguo.

Sarris-LarsAndTheRealGirl3H

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

postato da: MissPascal alle ore 21:29 | link | commenti (4)
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giovedì, 12 giugno 2008

Free entrance - 2: quel maledetto terzo biglietto omaggio

Eh, sì, alla fine avevo quel terzo biglietto omaggio che stava lì sulla scrivania della mia camera e faceva capolino illuminandosi a mo’ di insegna al neon di Broadway, e non ce l’ho fatta: l’ho usato. L’ho usato per vedere Sex and the City.

 

Ad oggi avevo visto un solo episodio di Sex and the City. Ad oggi continuo ad aver visto un solo episodio di Sex and the City, perché la cosa resta vera anche dopo la visione del film Sex and the City (dueoreeventiminuti, gente, dueoreeventiminuti). Il Sesso e la Città. La Città ed il Sesso.

Il Sesso, che le protagoniste fanno, di cui parlano, che vorrebbero, e la Città, la stessa di Woody Allen, quella che è proprio qua sopra, da me scelta ad inscurire la facciata del mio neonato blog. Sesso e New York, uno dice: non può andare poi così male, no? Non può. Invece può.

 

C’è un motivo ben preciso per cui quell’unico episodio da me visto è rimasto l’unico: c’è una scena in questo episodio in cui Carrie fa Sesso, appunto, con un tizio, poi lui le fa capire che è ora di sloggiare, e lei esce per le strade della Città, appunto, con la gonna cortissima e i tacchi altissimi, e riflettendo fra sé e sé dice più o meno: “Avevo fatto anch’io sesso come un uomo, così, senza pensarci, senza complicazioni, disinibita e senza strascichi, sesso come un uomo”. Ecco, io una battuta così, una scena così, me la ricordo ancora dopo quanti, 7, 8 anni, tanti ne sono passati da quando ho visto quell’unico episodio di Sex and the City. Sapete perché me la ricordo? Perché ho pensato delle cose ben precise quando ho sentito quella battuta tanto idiota, quando ho visto quella scena tanto cretina, tanto retrograda, tanto vuota, tanto sciovinista ho pensato: “No, Carrie, cara, tu non hai fatto sesso come un uomo, tu ti sei di nuovo fatta umiliare da un uomo, che ti ha fatto pure pensare di essere “capace”, tu donna, di fare sesso come lui, come loro”. E poi, naturalmente, ho anche pensato: “Cosa avrò mai da imparare da queste quattro tizie vestite di merda che passano per trasgressive perché parlano di oralB e analC e che ne so (io a momenti ne parlo con mia zia, diosanto)? Non lo guardo più”. Bene. Nemmeno quell’orrore di battuta, nemmeno la sua finta post-moderna trasgressione da guerra dei sessinewyorkesedel2000ledonnedioggihannoresoirapportidiversi

hannocambiatoleregoledelgiocol’uomoèspaventato, nemmeno quella gigantesca stronzata sottostante a quella scena con quella battuta poteva presagire le dueoreeventiminuti di scassamento iperspaziale di balle che è il film Sex and the City, il Sesso e la Città, che ruota per dueoreeventiminuti intorno al matrimonio di Carrie con l’uomo più brutto del mondo con il naso più brutto del mondo, di cui non voglio nemmeno sapere il nome, però nel film lo chiamano Mr.Big immagino perché ha qualcosa di molto grande di cui penso nella serie si parlasse come di uno zucchino, ma che ne so. Zero. Niente. Un film di niente. Un film che io ho guardato l’orologio, che io ho guardato la porta antincendio, ho guardato le scarpe orrende delle donne più brutte della mia città tutte a ridere sguaiate orribili in quel cinema in cui proiettano Il Sesso e la Città pur di non dover guardare lo schermo, signore aiutami. Eh, Kekkoz, magari fosse cinema vaginale, questo: almeno avrebbe un odore.

 

Sarah Jessica Parker è mancina. Anch’io. Significa che troverò uno con lo zucchino big? Dipende: dovrei forse prima trasferirmi nella Città dove si trova il Sesso. Il Sesso e la Città.

La foto non la metto.

postato da: MissPascal alle ore 00:13 | link | commenti (12)
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