Il guaio di film come Interview di Steve Buscemi è che si finisce sempre per parlare di quanto debba essere difficile per un regista costruire un film in unità di spazio, tempo e luogo senza annoiare e di quanto siano a loro volta bravi gli attori a reggere la scena tutti soli per altrettanto tempo.
Ci si annoia negli 84 minuti di Interview? No, affatto. Sono bravi Steve Buscemi e Sienna Miller? Boh, sì, dai, bravissimi.
Cosa resta di Interview? Strano a dirsi, resta parecchio. Resta assai di più dell’esercizio vuoto, sofisticato e laccato che sembra -e che in parte è- e resta però anche meno di quanto quel loft con le luci soffuse appeso in una New York troppo New York (è un complimento), quell’atmosfera perennemente in bilico e ambigua fra due che chiaramente la sanno troppo lunga, e quel ritmo giustissimo, avvolgente e incalzante (anche sincero, negli intenti) innescato dalla regia lascino supporre. Questo perchè, ok le menzogne, ok il fingere, ok i clichè dei rispettivi ruoli, sessi e professioni rimasticati e spiattellati con arguzia, ma davvero queste cose, prese a sè, sono così importanti? Importanti in assoluto, intendo. Perchè io nei film un po' di assoluto ce lo voglio sempre. Anzi, ce ne voglio molto.
Il finale, tra i più prevedibili e deludenti che ricordi, è un po' il succo della debolezza del film, incapace come è di chiudere con la forza necessaria un confronto che forse davvero non poteva dire niente di più, però insomma, chi l’ha detto.
Soprattutto a me ha dato fastidio che questi due siano così palesemente sgamati sulle cose della vita e maneggino così bene, perfino da ubriachi, il confronto di provocazioni in escalation che si lanciano. Con tutte le cose che danno per scontato, poi. Come fate a dare per scontato tutto quello che date per scontato? Come fate ad accettarlo senza sentirvi marci e depressi? Perché lo sembrate, marci e depressi. Però in certi momenti non del tutto. Insomma, mi domando se la cosa sia davvero credibile, davvero possibile. Sono stanca di sentirmi a disagio per inesperienza di fronte a personaggi di siffatta pasta, e di film che sembrano gridarmi che sono una provincialotta imberbe. Magari è solo un problema mio.
Da tagliare la ripresa iniziale della conversazione fra i due fratelli, quella in cui li si vede in bianco e nero, ripresi, appunto, ma da chi? Roba in più e basta. Proprio sbagliata.
Steve Buscemi si muove (letteralmente) alla grande. Che maschio.

Non ho troppe cose da dire su Juno, se non che la prima mezz’ora lascia presagire il peggio ed è irritante-irritante con quella sua protagonista odiosa che si atteggia sempre e sempre a sproposito e parla in modo grottesco e comico (mi immagino anche perché tradotto dall’inglese in modo comico, giovanilista-comico), poi però lentamente migliora e comincia finalmente a fare tenerezza, e tu pensi alle cose che succederanno nella pellicola (che naturalmente succedono, ma non te ne dispiaci poi troppo perchè la vita va davvero molto spesso così come lì è descritta e in fondo un po' ti piace prevederla, e ti fa sentire bene non esserne quotidianamente stupefatto), e alla fine esci dal cinema pensando che hai visto un film davvero carino.
E infatti è così, Juno è davvero carino. I titoli di testa sono bellissimi, secondo me. Però di fumetti e animazione proprio non ci capisco nulla, quindi potrei sbagliarmi. Le canzoni sono perfette, con il loro effetto relax-malinconico-piovoso che ti prende per mano e ti suggerisce che stai guardando un film leggero, ma non banale, un film divertente e ruffiano quanto basta da non farti incacchiare troppo né troppo poco. L'altro film di Reitman, Thank you for smoking, mi era piaciuto molto meno.
In conclusione avrei una domanda: cosa dovrebbe significare la sua pipa?

Deve essere da un po’ che Wong Kar-Wai non riceve una sonora batosta sentimentale, perché questo suo My Blueberry Nights, che dovrebbe raccontare il travaglio e il lutto amoroso di una giovane newyorkese che parte in viaggio per dimenticare l’innamorato che l’ha lasciata, non trasmette mai, in nessun momento delle sue ingiustificate due ore, nemmeno l’ombra di quello straniamento dolente che segue una delusione d’amore. Non mi sembra poco, per un film che è tutto un sussurro, un farsi gli occhi dolci, un alito che esce dalla bocca mentre nevica, un appannarsi di vetri e un riflesso di specchi, un piangere e confessarsi fra inquadrature sghembe, filtrate e frantumate in fotogrammi che fanno tanto stile (ripetuto fino alla noia) e niente più.
L’impressione è che questa volta il nostro Wong abbia proprio sbarellato, consegnandoci una protagonista che più inespressiva non si potrebbe, la cui esile interpretazione è solo un susseguirsi di smorfie *(ma davvero non ci si poteva impegnare un po’ di più a non farle attraversare il film senza lasciare un segno uno, a farla essere qualcosina di più di fantasma?), dialoghi vuoti e insulsi -praticamente tutti-, e due lunghi episodi di viaggio che riempiono la cornice dei due baci, sulla necessità dei quali mi sto ancora interrogando.
Per inciso, la regia a me è sembrata pure parecchio svogliata. E questa è forse la cosa che meno le perdono.
*compresa l’ultima, di cui non si sentiva francamente il bisogno, didascalica e frantuma-emozioni, con la quale ci viene comunicato che Elizabeth ce l’ha fatta, che ha dimenticato e superato e che può finalmente sorridere guardando la finestra dell’ex. quando si dice l’ermetismo.
Qualcosa di positivo c'è, però:

Venendo al dunque, io in questo blog vorrei scrivere di cinema.
E a tal proposito ieri sera, dopo la proiezione delle 22.30 dell’ultimo film di Paolo Virzì, Tutta la vita davanti, in un piccolo cinema della piccola (ma ridente) cittadina in cui vivo, ero già lì a chiedermi, tornando a casa in macchina: “Miss Pascal, Miss Pascal, cosa senti di poter dire del nuovo film di Virzì?, e soprattutto: perché hai spento il computer sapendo perfettamente che dopo il film avresti voluto scrivere il tuo primo post di cinema?”.
Quindi scrivo adesso, dopo che le ore passate hanno annacquato ricordi ed effetti provocati da Virzì, livornese sempre amato, chiedendomi, fra le altre cose, se l’effetto annacquamento, annebbiamento, dimenticanza, oblio, dipenda più da me o dalle ore passate, appunto (perchè sicuramente non dipende da Virzì). Insomma, niente a che vedere con il mood nottambulo ed ispirato delle 00.43 di ieri, ora in cui sono rincasata e in cui mi sono coricata. E questa è una promessa, una promessa non elettorale, sui post a venire.
Comincia così il mio primo post di cinema.
Di questo film vorrei dire che: 1) mi è piaciuto 2) mi è piaciuto tra l’abbastanza e il molto 3) ci ho trovato tanti, ma tanti difetti, anzi, a ben vedere uno solo, ma grosso: l’eccesso facilone e gridato di certe circostanze, cioè, di quasi tutte le circostanze, ecco, e nonostante questo non ho potuto non scendere agli inferi con la rossa heideggeriana dal fisico atletico che tutti noi sfigati rappresenta e, tra le altre cose, non ho potuto non pensare: “Mastandrea, miserabile, non solo prima mi fai pensare che ti interessa davvero la rossa heideggeriana (e forse un po’ è anche così, dai, ma tu che ne sai, tu sai qualcosa che io non so?), non solo non batti ciglio quando c’è da calare le braghe con la prima burina che ti si piazza davanti ignuda e tu sempre lì a fissarla fra le gambe, ma pure sposato e opportunista ti devo scoprire!". E non ho potuto non apprezzare anche l’occhio neutro con cui si guarda a chi li sfrutta, ‘sti poveri sfigati (cioè noi, ribadisco) , questi stronzi con i loro casini famigliari, i loro sorrisi di merda, i loro deliri da malati di mente, perché quello che vi succede nel film è esattamente quello che vi auguro nella realtà, maledetti, e che so capitarvi quotidianamente: di MORIRE dalle troppe figlie che vi chiedono piangenti di farsi la 4a di seno, dai troppi amici che vi danno buca quando inaugurate la casa nuova, dalle carrozzine sotto le quali voi e le vostre gravidanze isteriche rimanete seppelliti.
Vorrei aggiungere in chiusura anche qualcosa di serio sullo stile, se ne fossi capace, ma limito quest’ultima analisi allo spiegare che se ho detto queste cose sui contenuti è perché il piglio consapevole, ritmato e amarognolo di Virzì me le ha fatte pensare.
E poi mi ha fatto tanto ridere questa frase della Ramazzotti: “Boh, è strana, è laureata”.
Finisce così il mio primo post di cinema.
Fondamentale: capire come funziona quasi tutto.
Sono al 3° post e mi sono appena corretta. E' emozionante.