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mercoledì, 03 giugno 2009

L'otorino

Immaginate di andare al cinema a vedere Gran Torino. Immaginate -non che dobbiate fare troppi sforzi di fantasia- di aver sentito da più parti che Gran Torino è bellissimo, un capolavoro, anzi, IL capolavoro di Eastwood, quello definitivo, quello..testamentario.
Immaginate che il film vi venga presentato in sala e che siate costretti a far sverginare la vostra trepidante attesa da un salesiano che vi spiega con sapiente spirito didattico che alla fine del film l'eroe della guerra di Corea Clint ("Clinton", quella sera), "MUORE, SACRIFICANDOSI COME GESU' E FACENDOSI UCCIDERE PER DIMOSTRARE IL COMPIMENTO DEL SUO PERCORSO DI CAMBIAMENTO E L'INSEGNAMENTO AI SUOI FIGLI PUTATIVI DISPREZZATI FINO A POCO PRIMA".                                                     
In comunità li chiamiamo spoiler; a due minuti dall'inizio del film come li chiamereste?

Pregasi riempire di commenti per rispondere.

gran-torino-clint-eastwood


p.s. rivedere Gran Torino, per quel che mi riguarda, ha confermato le poco lusinghiere prime impressioni: il film non mi ha colpita e l'ho trovato banalotto, tranne in un paio di passaggi. Changeling tutta la vita.

 

postato da: MissPascal alle ore 17:43 | link | commenti (5)
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domenica, 10 maggio 2009

Vive la France!

Rock'n'Rolla di Guy Ritchie fa talmente schifo che non sopporto nemmeno l'idea di perdere tempo a parlarne. Per completezza di informazioni a mio riguardo, comunque, ci tengo a precisare che mi mancano sia Lock and stock sia Snatch, e che ovviamente -dopo questo film- non ho nessuna voglia di recuperarli. Quindi non lo farò. Mi perdo forse qualcosa?

Louise Michel di Benoit Delépine e Gustave de Kervern è una folle tragicommedia sindacal-grottesca, con momenti divertentissimi e momenti di tale muta costernazione che raramente un film è ruscito a provocarmi. A conti fatti, manco a dirlo, vince purtroppo quest'ultima, perché si sa che siamo in un mare di merda. Proprio per questo non esito a raccomandare la pellicola, oltre che a voi, anche a quei due figuri della Cisl e della Uil che negli ultimi mesi hanno porto il culo al nano papi facendoselo addobbare con colorati e accoglienti strati di margarina. E il nostro con il loro (il culo, intendo).

Infine, Stella di Sylvie Verheyde è un bellissimo film sull'importanza della scuola, dell'amicizia, dell'onestà verso i più piccoli (in questo  assai vicino a Changeling) e dell'uguaglianza. Quindi della politica.
Uno dei film dell'anno.

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A presto con Che-guerriglia!
postato da: MissPascal alle ore 00:26 | link | commenti (7)
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sabato, 25 aprile 2009

Distracted italian cinema

Due partite di Enzo Monteleone è un film cui non avrei dato due lire e sul quale mi sono piacevolmente ricreduta per tutte le quasi due ore della sua durata.
La prima partita è migliore della seconda; Claudia Pandolfi è bellissima, e poi che vestiti le han messo addosso: vorrei un armadio pieno di quei pantaloni e golf. Se fossi un uomo la preferirei persino a Scarlett.
Margherita Buy è la più brava, ma lo sapevamo già tutti. Comunque andatelo a vedere, non fatevi fuorviare da inutili pregiudizi cinefili maschilisti, come stavo facendo io, chè se non lo vedevo gratis, col cavolo che.

Questione di cuore di Francesca Archibugi è un film che ho visto a Pasqua mentre nella mia testa ancora era in onda la discussione di politica di circa un'ora avuta poco prima con parenti ex comunisti ora partiti democratici. Ho dunque fatto in tempo a cogliere che Kim Rossi Stuart è il Di Caprio italiano, che quando il nostro cinema si celebra sa tanto di provinciale da far accapponar la pelle, e poco altro. La Ramazzotti è molto meno bella della Pandolfi, per dirne una.



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postato da: MissPascal alle ore 23:34 | link | commenti (6)
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lunedì, 13 aprile 2009

L'arghentino

E' talmente prematuro scrivere del Che di Soderbergh da rendere la cosa quasi inutile.
Un po' ci si può avventurare, però, quel po' che serve a dire che la novità di queste due ore è apparentemente Soderbergh stesso: Steven cambia stile e registro of narration, si rende, diciamo pure, irriconoscibile, tanto da destare il sospetto che si stia nascondendo ad arte (troppo? forse...), e ribalta soprattutto il lavoro sul montaggio cui ci ha abituati -che da queste parti, tra l'altro, è sempre stato assai gradito- mettendosi al servizio di non so ancora bene cosa. Serve la 2° parte, dai. C'è il Che, ma non so ancora chi è. Lo vedremo il 30 aprile. Il 30 aprile rivedo Benicio, e per quella data voglio farmi bella, perché il Che ti osserva sempre. Che
fico. Mica come quella sega di Joaquin.


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postato da: MissPascal alle ore 19:57 | link | commenti (2)
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sabato, 11 aprile 2009

Sputare sentenze

Gran Torino non mi è piaciuto e temo dovrò rivederlo prima di scriverne.

Die Welle asserisce non tanto, come vorrebbe, che il terzo Reich è di nuovo possibile, bensì che gli adolescenti hanno una spiccata tendenza al bullismo e sono in tal senso facilmente manipolabili. Di entrambe le cose, vivendo in Italia, i meno distratti si erano già accorti da un po'.

Teza è una gran rottura di balle.


Italiani!


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postato da: MissPascal alle ore 23:10 | link | commenti (12)
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One gust is meil che two

Chi s'accontenta gode, romantici all'ascolto. Claro? Chi si accontenta gode. A tal proposito aggiungerei: e se la Gwyneth fosse una specie di illusione, una specie di visione irreale, metafora della crescita che attende questo orsacchiottone indeciso sul farsi grande e sul dire addio for long alle stelle che brillano sopra la soffitta? Non è che perdere una così, una che sulla cuffia ha ricamato in rosa la scritta "sono un pacco" sia esattamente una tragedia, o no? Spero siamo tutti d'accordo. Joaquin fa lo sfigato, ma gli va di lusso: io uno così non me lo farei se fossi la figlia di un lavandaio di Little Odessa. Ecco, forse me lo farei se fossi la figlia di uno che urla per le scale. In tal caso me lo farei probabilmente sulle scale, che è più o meno quanto gli concede lei. E non me lo farei se fossi chi sono, chè qua ci piacciono gli uomini forti e cresciuti, non i poveroni fragili e dolenti.
Comunque, tornando a noi, Two lovers di James Gray è un bel film che probabilmente, come dice lui con esagerata acredine, non riesce ad esplicitare un suo necessario perchè, ma ha il pregio di avvolgerti come una coperta di lana merinos, di ricordarti proprio bene di quella volta che hai perso la testa dietro ad un maschio alfa che ti faceva vedere i sorci verdi, e di darti una pungolata bestiale e paterna nel ricordarti la differenza fra fotografia e lavanderia.
Poi la Rossellini è brava a fare la mamma preoccupata; alle mamme non la racconti mica, le mamme ne sanno una più del diavolo. Poi ci è piaciuto lo stile pacato, ci sono piaciute le due ore che ci ha fatto passare a New York, e sì, ci è piaciuta anche la "banalità" ricercata della fabula, perché il punto non è lì.
Il punto è la lana merinos.

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postato da: MissPascal alle ore 22:57 | link | commenti (8)
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venerdì, 13 marzo 2009

Randy “The Ram” Cobain

Non sono l’unica ad averlo pensato, vero? Cioè: che anche lui butta via tutto, quando invece la possibilità di recuperare ce l’ha, ma la rifiuta secondo coscienza, perché l’autodistruzione è scritta nei suoi geni, è appiccicata ai suoi capelli ossigenati, scorre nelle sue gambe magre, si nasconde dietro i suoi occhiali, lo placca dietro al bancone del supermercato, lo avvolge nella sala da ballo dove per la penultima volta è davvero felice, lo stordisce nelle serate allo strip club, lo chiude dentro al furgoncino dormitorio e gli fa esplodere il cuore sul ring, orso in bilico sulle corde.
Guardate, secondo me The Wrestler di Aronofsky se anche fosse stato più asciutto di quanto già non sia (= un po’ meno di Evan e un po’ meno di Marisa, magari un pelo più “raccontate” e un pelo meno viste), ne avrebbe addirittura guadagnato.
[per i più distratti: sì, ho messo “Marisa” e “pelo” nella stessa frase]

Comunque son finezze, il film funziona, ti tritura le budella a dovere, trova sulla sua strada una delle scene di sesso più desolanti che ricordi e riesce persino a farmi piacere qualcosa dei Guns and Roses.
Chiedo solo: cosa è capitato in sala montaggio su quella scena dove Randy e Pam bevono insieme inneggiando agli anni ’80? Weisblum, ti è andato di traverso un salatino?

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postato da: MissPascal alle ore 17:31 | link | commenti (3)
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lunedì, 02 marzo 2009

Colui che legge e colei che esegue gli ordini perché non sa leggere

Il meglio viene all'inizio, nella prima delle tre parti su cui si muove The Reader, quella della Berlino "vergine" e ammalata, dei tram e delle scarpe nere coi tacchi grossi, dell'amore segreto, misterioso e coinvolgente, affidato ai corpi ignudi dei due protagonisti. Il meno meglio viene dopo, nella seconda parte, dove la follia nazista resta sfiorata, in una spiegazione che non ha il coraggio di farsi ipotesi e colpa. Il peggio, che arriva eh, "ragazzo", viene alla fine, nell'ultima, difficilissima parte che vorrebbe essere la catarsi, ma è solo la nota che non riesce a farsi sentire, perché più il racconto attraversa decenni e necessita di approfondimento, più la parabola di The Reader perde i sensi.

Kate Winslet, occhi come lame e camminata da lavandaia, funziona quanto il film, standogli comunque sempre sopra di una spanna: ottima nella prima parte, personalissima nella seconda, indecifrabile (a voler essere generosi) nella terza. E, visto che ci tocca dirlo, diciamolo: l'abbiamo preferita disperata e disturbata in Revolutionary Road. Prendete la sua presenza in The Reader, sottraete a questa la stessa cifra in ognuno dei capitoli della pellicola, e avrete il film. Niente da fare, Daldry il presuntuoso sorvola in modo colpevole e semina troppe domande prive anche solo dell'intenzione di una risposta, e non possedendo l'arte per fare sintesi e significato delle ellissi che si concede, lascia il film in sospeso, ignorante e indifendibile come Hanna Schmitz. Corto circuito.

E poi, gente, 20 anni di carcere per 300 morti sono un po' pochini, eh: per la certezza della pena suggerisco con orgoglio al popolo tedesco ronde di onesti ed indignati cittadini. "Imparate, oh crucchi, dall'uomo di ingegno che con le ronde scovò nell'assolato stivale tutti i fasci". Noi e il Lodo Alfano, che dritti che siamo. Ve lo diamo noi il senso di colpa di una nazione.



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postato da: MissPascal alle ore 08:51 | link | commenti (3)
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domenica, 15 febbraio 2009

American revolution

Un conto alla rovescia, scandito con commovente precisione da litigi, rapporti, tradimenti, treni, martini, passeggiate e corse nel bosco. Una crisi spinta al ralenti verso la sua stessa origine, la disperazione, che trova il suo non dichiarato (e ritardato) avvio in quelle note di piano -semplicemente magnifiche- che si insinuano come  morbi nelle vite di Frank ed April, li seguono sulla spiaggia, si infilano fra le lenzuola del loro letto mai matrimoniale.
Revolutionary Road di Sam Mendes è l'analitica presa di coscienza di un fallimento, del fallimento più vero, che non risparmia, e quanto fa male, qualsiasi tentativo di recupero e di riparo. Le sue inquadrature dalle asimmetrie perfette chiudono loro, e noi con loro (che miracolo), nella stessa trappola di cui April si sente vittima. Una nudità umana che quasi imbarazza e lascia attoniti per il coraggio delle parole, per la bellezza -siate comprensivi- dei suoi protagonisti, per l'urgenza al di sopra di ogni sospetto di vomitare sogni, illusioni, speranze e compromessi, e di farci chiedere cosa abbiamo in comune con quei due. La risposta è: moltissimo.

Va da sè che oggi uno come Frank sarebbe probabilmente in cassa integrazione o sulla soglia della disoccupazione: allora altro che corrimano e separè azzurri. Altro che Tour Eiffel.



revolroad
postato da: MissPascal alle ore 19:13 | link | commenti (5)
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Il curioso film di David Fincher

Mah, insomma, pensavo meglio. E dire che comincia anche bene, Il curioso caso di Benjamin Button. Poi però per due ore e quaranta non riesce a darmi altro che questa mami affettuosa e devota, questo qui che ringiovanisce (cioè: neanche un dottore lì intorno a incuriosirsi e studiare la cosa? Su, facciamo uno sforzo, please), delle gite in barca in cui tutti sono buoni, una storia d'amore con la donna più antipatica del globo che boh, se ce l'han messa e l'han fatta iniziare così, forse han pensato che andasse bene, e massicce dosi di veltronismo insulso che, elaborate con effetto flou da Fincher, mi dan più noia che piante lagnosamente da Veltroni. Il che è tutto dire.
Ma, dico io, non doveva essere la versione filmata del proverbio "se gioventù sapesse, se vecchiaia potesse", incorniciata fra i due estremi nascita-morte? Ecco, perché così sì che avrebbe avuto un senso il dilungarsi, il farmi vedere ogni fase del rewind fisico, così sì che avrei palpitato per l'abbandono della figlia e della donna più antipatica del globo, così avrei sorriso alla traversata della manica della 60enne arzilla che è la prima che lo ama, così mi sarei goduta il padre che fa capolino di tanto in tanto, e persino i 7 fulmini del vecchietto. Avete capito, no? Non devo proseguire.

Poi c'è questa cosa strana che a poche ore dal film non ricordo già più due cose importanti: la storia dell'orologio che va indietro (siamo ancora nella parte iniziale che funziona) come si lega all'avvio della storia di Benjamin? E poi: Katrina arriva o no all'ospedale? Diciamo che della seconda, per quanto mi ha appassionata il film, non mi importa veramente già più niente. Boh, non ho mica capito perché l'ha fatto così 'sto film, quel sadico di Fincher.
Comunque se qualcuno mi aiuta a ricordare lo ringrazio.


BenButton
postato da: MissPascal alle ore 11:31 | link | commenti (12)
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